La premessa di Francesco Petrucci

La Famiglia Cioli è sicuramente una delle famiglie storiche ariccine e quest’anno ricorrono i cento anni di attività nel settore della produzione e commercializzazione della famosa “Porchetta”. Quando si parla di tradizioni gastronomiche dei Castelli Romani, il nome di Ariccia non può infatti non evocare quel particolare prodotto derivato dalla lavorazione della carne suina.

Anzi, nessuna località laziale e della campagna romana è così indissolubilmente legata a una specialità culinaria, come lo è Ariccia al maiale cotto al forno, la “porchetta” appunto.

Essa rimane, accanto alle bellezze paesaggistiche e storico-artistiche, una delle principali attrattive dei Castelli Romani, da oltre un secolo è l’obiettivo delle gite fuori-porta dei romani e delle escursioni nelle famose “fraschette” dei Colli Albani ed in particolare in quelle di Ariccia.

La produzione della classica e celeberrima “Porchetta di Ariccia” nel suo aspetto commerciale risale a circa un secolo fa, quando è accertato che Vincenzo Cioli, poi assistito dal figlio Ovidio, nel 1917 ne iniziò una vera e propria attività di lavorazione e commercializzazione in area romana e laziale.

Tuttavia l’invenzione di tale specialità gastronomica è sicuramente più antica, essendo il risultato di una lunga sperimentazione e di un uso a livello familiare, con una limitata e circoscritta diffusione in ambito locale, che dovette necessariamente precedere ed essere una premessa alla sua vocazione commerciale.

La famiglia Cioli, con una rara operosità ed intelligenza creativa, ha saputo diffondere a livello nazionale ed internazionale il nome di Ariccia attraverso il suo prodotto gastronomico più tipico, con una espansione di attività in tutta l ‘ Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Oriente.

Celebrare quindi i cento anni di attività produttiva delle due Aziende FA. LU. CIOLI S.r.l. e CIOLI EGIDIO S.r.l. è non soltanto giusto motivo di entusiasmo da parte della famiglia, ma anche un orgoglio per Ariccia , che partecipa all’evento con viva soddisfazione, principale motivazione di questa mia ricerca.

Nell’ambito dei miei studi sulla storia della porchetta ho ricevuto a suo tempo preziosi suggerimenti da parte di alcune persone che oggi non ci sono più e che ricordo con affetto, in particolare Egidio e Roberto Cioli, cui ero legato da sincera stima ed amicizia, pur essendo di altra generazione. Due temperamenti profondamente diversi. Il primo, Egidio, caratterizzato da saggezza ed equilibrio, il secondo, “Roberto”, da entusiasmo e passionalità, ma entrambi accomunati da una grande generosità e dedizione al lavoro.

Ringrazio per ulteriori informazioni mio zio, il Dott. Marcello Petrucci, che è stato per molti anni ufficiale sanitario della zona, occupandosi degli aspetti igienici inerenti il settore, con stretti rapporti professionali e di conoscenza con i produttori.

Per la preparazione del presente volume ho avuto utili suggerimenti e fruttuosi scambi di opinioni con la famiglia, in particolare Fabio, Gianluca, Sandro e Simona Cioli.

Francesco Petrucci

Conservatore Palazzo Chigi Ariccia

Ariccia, 23 agosto 2017

La famiglia Cioli

Il cognome Cioli, anche attraverso le variazioni e distorsioni in Ciolli, Chioli, Scioli, Sciolli o Tioli, è abbastanza diffuso in Italia centrale, secondo una consuetudine che vede i cognomi derivati dai nomi o dai soprannomi, con una codificazione dei veri e propri cognomi successiva al Concilio di Trento (1563) e alla necessità di tenere registri anagrafici da parte delle parrocchie.

I gruppi familiari principali che portano tale cognome hanno un’origine toscana e umbra, con diffusione anche in ambito laziale.

Famosi furono i Cioli di Settignano, che si distinsero tra il XIV e il XVII secolo come scultori e scalpellini, lavorando a Firenze, ma soprattutto a Roma dove si erano stabiliti dal XVI secolo.

Valerio Cioli (1529 ca. – 1599) fu nel Cinquecento scultore e bronzista fiorentino attivo per i Medici, esecutore del busto di Vincenzo Danti in San Domenico a Perugia e di varie sculture nel Giardino di Boboli, tra cui la celebre “Fontana del Bacchino”

Il più noto fu Alessandro Cioli, chiamato in un documento del 1573 “Magister Ciolus Florentinus scarpellinus”, citato persino da Michelangelo in una lettera del 1561 come suo collaboratore, che realizzò nel 1576 la tomba di papa Niccolò IV in Santa Maria Maggiore.

Fu attivo nel 1577 sempre sotto la direzione di Michelangelo anche nella costruzione del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, mentre scolpì nel 1582 il monumento a Pio IV in Santa Maria degli Angeli e nello stesso anno lavorò come scalpellino per la facciata di Santa Maria di Monserrato.

Antonio, Bernardino e Giulio Cioli furono valenti scalpellini, presenti soprattutto nella Fabbrica di San Pietro, il primo sin dal 1513, il secondo e il terzo dal 1546 al 1561, sempre in collaborazione con Michelangelo.

Giovanni Battista Cioli fu scultore di ambito berniniano, eseguendo il tabernacolo marmoreo della chiesa di San Giacomo a Scossacavalli, del 1687 circa, mentre nel 1703 scolpì la statua di San Fausto per uno dei bracci dritti del Colonnato di San Pietro.

Giacomo Cioli è ricordato dalle fonti come valente architetto romano, autore della facciata barocca della chiesa di San Paolino alla Regola, ultimata nel 1721 da Giuseppe Sardi. Fu accademico di San Luca e membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, presso le cui istituzioni risulta attivo fin dal 1718, morendo a Roma nel 1734.

Avevano invece un’origine nobiliare tre altri gruppi familiari: i Cioli di Siena, i Cioli di Firenze e i Cioli di Pisa. Lo stemma dei Cioli fiorentini esponeva un drago d’oro sormontato da una stella a otto punte su fondo rosso.

 

Probabilmente un gruppo familiare si era stabilito nei Castelli Romani nel XVII secolo, forse nei feudi Savelli, tra Albano, Ariccia e Castel Gandolfo, dato che a Genzano, pertinenza invece degli Sforza Cesarini confinante con tale “stato savelliano”, secondo i documenti anagrafici pubblicati da Virginio Melaranci e tratti da due manoscritti del 1729 e 1791 tale cognome era assente.[3]

La famiglia Cioli risulta infatti insediata ad Ariccia sin dal Seicento, quando un Cesare Ciolli (poi Cioli), nativo di Arce presso Frosinone, era qui residente nella prima metà del secolo, mentre il figlio Giuseppe nacque ad Ariccia nel 1653. Una migrazione avvenuta probabilmente per motivi di lavoro legati all’agricoltura, sotto il dominio dei Savelli, che furono per secoli signori di Ariccia fino al 1661, quando il feudo fu acquistato dai Chigi, incentivandone il ripopolamento.

Il ramo attuale dei Cioli di Ariccia, quello cioè dei produttori di porchetta, discende invece da Antonio Cioli, vissuto nel XVIII secolo a Preci presso Norcia, provincia di Perugia. Il figlio Angelo Cioli (Preci 1794 – Ariccia 1864), si stabilì con la moglie Benedetta Pescini negli anni ‘20 dell’Ottocento ad Ariccia, ove nacquero sei figli: Clementina (1828–Roma 1900), Domenico (1831-1909), Giocchino (1834-1853), Antonio (1835-1839), Vincenza (1842), Maria (1845-1928). La provenienza familiare dal territorio di Norcia, i cui abitanti “costretti dalla inospitale natura del luogo ad esercitar mestieri stagionali in altre località” (Giacchè), è indicativo di una professionalità che giustifica tale trasferimento, cioè l’abilità nella lavorazione del maiale. In una visita pastorale di monsignor Innocenzo Malavasia del 1687 vengono segnalati i “macellai di carne porcina in Roma provenienti da Montebufo di Preci”. Anzi “l’appellativo di ‘norcino’ è stato infatti attribuito dai fiorentini agli abitanti delle ville e dei castelli nell’area di Preci, a quei tempi sotto Norcia”.

Il primogenito maschio ed unico erede fu Domenico, capostipite dell’attuale ramo della famiglia, sposatosi in prime nozze con Maria Anna Romagnoli (1831-1856) e dopo la morte della moglie con Caterina Falchi appartenente ad una famiglia di antica origine locale.

Infatti Michelangelo Falchi, agrimensore attivo per i Chigi, ma di origine ariccina, qui viveva attorno alla metà del Seicento. Probabilmente anche i Falchi si erano stabiliti nel feudo tramite i Savelli nel corso del secolo precedente o ancor prima.

Domenico aveva tre figli maschi: Giovanni, Angelo e Vincenzo, che a loro volta si distinsero per una numerosa discendenza.

Il primogenito Giovanni, nato ad Ariccia nel 1859, sposò Petronilla Leoni, dalla quale ebbe sei figli: Benedetta (1888), Elio (1892), Elisa (1894), Diana (1901), Costantino (1903) e Rosa (1909). La famiglia risiedeva in via Aurelia 8.

Angelo, nato ad Ariccia nel 1866, sposò Adele Lucidi, dalla quale ebbe quattro figli: Francesca (1897), Umberto (1900), Luisa (1905) e Clementina (1907). La famiglia risiedeva in via Vittoria 19.

Vincenzo, nato ad Ariccia nel 1876 ed ivi scomparso nel 1951, sposò Vincenza Procaccini, da cui ebbe sei figli tutti nati ad Ariccia, due maschi, Domenico Ovidio (1901-1956) e Ottorino (1905-1962), e quattro femmine, Drusiana (1898-1962), Erminia (1903), Pierina ed Elena che erano gemelle (1909). La famiglia risiedeva in via Marcelliana 33.

Fu Vincenzo Cioli l’iniziatore dell’attività commerciale della lavorazione della “porchetta”, come spiegheremo più avanti nel testo.

Figura di primo piano della famiglia è stato Domenico Ovidio Cioli (Ariccia 1901-1956), meglio noto come Ovidio, che ha ricoperto prima la carica di assessore comunale dal 1949 (vedi Deliberazione di Giunta Municipale, 31 ottobre 1949, archivio comunale), poi quella di Sindaco di Ariccia dal 15 dicembre 1950 al 3 giugno 1952. Succedette ad Ottorino Ottaviani, commissario straordinario e sindaco per un anno (2 settembre 1944 – 13 settembre 1945), seguito poi da Guerrino Perucca (28 marzo 1946 – 16 novembre 1950).

L’amministrazione Cioli si occupò della dotazione di alcuni servizi necessari al paese ancora interessato dalle drammatiche emergenze del dopoguerra, per la mancanza di alloggi, carenze igienico-sanitarie e condizioni diffuse di indigenza. Si trattava di prendere decisioni rapide e improcrastinabili, risolvere problemi urgenti, che il nuovo sindaco seppe affrontare con spirito di umanità e devozione all’istituzione, unitamente a coraggio e determinazione.

Peraltro il figlio Roberto, quando aveva solo cinque anni, il 22 agosto 1944 ebbe un grave incidente con un ordigno bellico che lo portò alla perdita di un occhio, come riporta un’annotazione di archivio comunale: “in data odierna nel centro abitato di questo Comune, per scoppio di bomba inesplosa, tre bambini sono rimasti gravemente feriti. In seguito uno decedeva e un altro perdeva la vista”.

Essendo stata peraltro distrutta a seguito dei bombardamenti del giugno 1944 la sede comunale annessa alla vecchia chiesa di san Nicola, venne utilizzata come sede provvisoria il Casino Chigi, già Piroli, presso il Ponte di San Rocco, messo a disposizione dal principe Ludovico Chigi.

Uno dei problemi più urgenti che il nuovo Sindaco dovette affrontare fu quello dell’emergenza abitativa. Infatti nel dopoguerra, avendo trovato le proprie case distrutte, molti ariccini avevano occupato le residenze di villeggiatura dei romani a Galloro e in località villini verso Albano. Effettivamente Ottorino Ottaviani il 5 settembre del 1944 era stato costretto a chiedere al Prefetto della Provincia baraccamenti per il ricovero della popolazione, oppure l’autorizzazione ad occupare le case dei romani, poiché la “cittadinanza occupa case mancanti di vetri e di infissi…oppure è ricoverata in tinelli antigienici”.

Tuttavia la situazione di disagio perdurava ancora all’inizio degli anni ’50, tanto che il Comune deliberò la costruzione di 20 alloggi da parte della U.N.R.R.A C.A.S.A.S da assegnarsi ai più indigenti fra i senza tetto, mettendo a disposizione mq. 4.500 di terreno, da espropriare a privati, in un’area fuori dal centro storico. Dopo aver individuato il sito più idoneo vicino al Cimitero Comunale presso via degli Olmi, ne autorizzò l’esproprio per pubblica utilità con deliberazione di Consiglio Comunale del 21 febbraio 1951, prendendo l’impegno di sistemare le strade, la fognatura e portare l’acqua.

Numerosi furono anche gli interventi umanitari a sostegno dei più poveri, mentre proseguivano  i lavori di manutenzione o ripristino di acquedotto, fognature ed impianti di illuminazione, danneggiati dai bombardamenti e dagli eventi bellici.

In tutto il territorio, essendo Ariccia attraversata dalla via Appia, mancava un distributore di carburante, dato che la piccola pompa sulla Piazza di Corte era stata abbandonata con la guerra. Con deliberazione di Giunta Municipale del 9 giugno 1951 fu autorizzata la Società Esso ad installare un chiosco con distributore elettrico ad erogazione supercarburante, di un distributore di gasolio e di un miscelatore di tipo universale, gestito dal signor Emilio Romani, localmente detto “Miglietto”. Si tratta dell’impianto “Esso” ancora esistente presso il Santuario di Galloro, che all’epoca tuttavia non aveva l’attuale ingombrante pensilina, che pregiudica la fruibilità della piazza e l’estetica del santuario, ma una dimensione molto limitata.

Con deliberazione di Giunta Municipale del 17 agosto 1951 fu deliberato di indire un Consiglio Comunale per discutere, oltre che della “Concessione gratuita di area per costruzione Case Popolari”, dell’acquisto di uno spazio con “locali per ricovero di mendicità” denominato “Casa di riposo S. Apollonia” con relativo regolamento. Si trattava di una casa destinata a “Ricovero dei vecchi privi di mezzi ed inabili al lavoro”, che fu individuata “in uno dei fabbricati dell’Asilo infantile – su via Laziale -, separato dal corpo principale normalmente adibito per l’assistenza dei ragazzi di età prescolastica, ceduti al Comune dalla munificenza di S. A. il Principe Don Ludovico Chigi. Tale allocazione si intende in linea provvisoria e fino a quando l’opera non avrà dei locali propri”.

Fu deliberato inoltre di sottoporre al Consiglio anche i “Lavori completamento mattatoio comunale”, costruito nella parte bassa del paese appena fuori del centro storico, tra via della Croce e l’inizio di via Strada Nuova, come pure della illuminazione di piazza della Repubblica (piazza di Corte), rimasta al buio dopo la guerra.

Con deliberazione di Giunta Municipale del 16 novembre 1951, a seguito della morte a Roma del principe Chigi e delle relative esequie, considerato che “S.A. era nato in Ariccia e che ha avuto sempre una speciale predilezione per questo paese”, oltre ai telegrammi di condoglianze spediti al figlio Don Sigismondo Chigi, fu deliberato di inviare “al funerale di S.A. il Principe Don Ludovico Chigi Albani, una rappresentanza del Comune composta dall’assessore Cianfanelli, dal Segretario e dalla guardia Palombini, con il labaro”.

Il 26 marzo 1952, in esecuzione di decisione consiliare in cui il Comune aderiva all’istituzione dell’Ente Autonomo dei Castelli Romani, la Giunta delegò il Sindaco ad intervenire in pubblico rogito per la costituzione dell’ente, secondo lo statuto approvato dal Consiglio il 4 gennaio 1952.

Interessante la deliberazione di Giunta Municipale del 9 aprile 1952, in relazione alla quale fu istituito un premio di incoraggiamento ai negozianti di Ariccia per migliorare “in forma moderna e decorosa” le insegne, mostre e vetrine dei negozi, in conformità dei progetti preventivamente approvati dalla Commissione Edilizia comunale. Si tratta di una delle ultime iniziative dell’amministrazione Cioli, che si aggiunge alla continua gestione del quotidiano, cosa non semplice dati i tempi.

Per iniziativa di Ovidio fu istituita nel 1950 la “Sagra della Porchetta”, che da allora è divenuta un appuntamento fisso dell’estate ariccina. La prima sagra fu tenuta nell’ultima settimana di agosto, ma non andava bene perché tutti erano in ferie, tanto che dall’anno seguente si decise di spostarla alla prima settimana di settembre. I banchi che esponevano, facevano a gara per il migliore allestimento e al vincitore veniva consegnato un gagliardetto.

Ma Ovidio, chiamato dalla sua attività privata e dalle necessità di sostentamento della famiglia, dovette ben presto allontanarsi dalla politica. Infatti il primo negozio della famiglia Cioli, denominato “Il buchetto”, era stato aperto a Roma proprio da Ovidio in via del Viminale, davanti alla “Casa del Passeggero”, subito dopo la guerra, nel 1945-50 /fig. 3, 4/.

Ovidio aveva sposato Saturnia Pompili, dalla quale ha avuto due figlie femmine, Onorina (1926) suora “cappellona” nelle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli e Gabriella (1949), oltre a due figli maschi, Egidio (Ariccia 1929-2009) e Roberto (Roma 1939 – Albano Laziale 2013). I fratelli Cioli hanno dato un notevole impulso e una più razionale gestione alla tradizione familiare, con una espansione della produzione, che ha raggiunto grazie al loro impegno una diffusione industriale e un livello nazionale.

Egidio ha sposato Anna Petitta (Ariccia 1936), da cui ha avuto quattro figli: Sandro (Ariccia 1956), sposato con Patrizia Cerquini (1957), Stefania (1959-2008), sposata con Roberto Romagnoli (1958), le gemelle Monica e Simona (Marino 1966), quest’ultima sposata con Marco Pacetti.

Roberto si è unito in matrimonio con Rosanna Del Pinto (Roma 1942), da cui ha avuto due figli: Fabio (Marino 1965), sposato con Lorena Sugamele e Gianluca (Marino 1968), sposato con Anita Luciano.

La nuova generazione ha ulteriormente potenziato l’attività familiare, rafforzando il settore nazionale e allargando l’esportazione della porchetta di Ariccia in Europa, Stati Uniti, Giappone , Hong Kong e Filippine. Ma anche i figli dei figli sono pronti a garantire una continuità della tradizione.